Cinema e psicologia – The Farewell. Una bugia buona

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The Farewell. Una bugia buona” è un film che ci proietta nella dimensione del lutto, nella difficoltà a relazionarsi con gli affetti quando si è prossimi al saluto definitivo, nell’etica delle scelte che riguardano la morte e nel delicato equilibrio fra la tutela di chi soffre e il diritto alla conoscenza della propria condizione sanitaria.

La trama

Billi vive con i genitori negli Stati Uniti, la sua famiglia è cinese naturalizzata USA, in Cina sono rimaste solo la nonna e qualche anziano parente, mentre zii e cugino vivono in Giappone. Billi ha uno spirito artistico e sensibile, sta ancora trovando la sua strada e si barcamena per sopravvivere.

Un giorno arriva dalla Cina la notizia che la nonna Nai Nai è malata terminale e prossima alla morte. Tutta la famiglia si organizza per andare a darle l’ultimo saluto. Il viaggio viene programmato con la scusa del matrimonio del cugino: nessuno dirà a Nai Nai quali siano le sue condizioni e cosa stia rischiando.

La famiglia esclude Billi dal progetto: la sua sensibilità e l’affetto per la nonna non le permetterebbero di mantenere il segreto sulla morte imminente. Billi però non si rassegna.

La rilettura psicologica

Tutta la famiglia è convinta che Nai Nai non debba conoscere le proprie condizioni. Come spiegano i protagonisti, nella cultura cinese ci si tramanda che chi ha un tumore venga ucciso dalla paura, prima ancora che dalla malattia.

Billi non è convinta, l’essere arrivata negli Stati Uniti a sei anni l’ha resa forse più permeabile all’influenza occidentale. Ritiene che la nonna debba conoscere il proprio destino, che non sia corretto tenerla all’oscuro delle condizioni mediche. I suoi parenti rispondono a questi dubbi affermando che la cultura cinese è diversa da quella americana: loro non vivono la vita con senso di responsabilità personale, ma si sentono parte di un sistema più grande, quello della natura.

Tutta la trama quindi ruota intorno alla domanda: è giusto celare a un morente il proprio destino?

Comunicare la malattia e la prossimità della morte

È una domanda spinosa, che ha a che fare con scelte scomode e un senso della vita che dipende dalla persona, dai suoi valori e dal legame più profondo con l’esistenza.

È vero che, in una situazione di prossimità alla morte, la paura possa essere veleno mortale. È anche vero che conoscere la propria condizione di salute permetta alla persona di affrontare e chiudere le situazioni irrisolte (litigi, blocchi nella comunicazione) e allentare vissuti di rabbia, altrettanto tossici nella condizione del morire.

La scelta non può essere univoca e risolutiva: dipende da un bilancio tra fattori etici e fattori contestuali, legati alla specifica situazione, alla storia del sofferente e alla sua capacità di adattamento alla condizione di malattia e di prossimità alla morte.

Certo è che chi decide di dare o non dare la comunicazione sta facendosi carico di una responsabilità molto pesante. Comunque vada, avrà tolto alla persona delle possibilità. In un caso quella di non vedere, non prendere consapevolezza della morte imminente, affidarsi agli altri e alla speranza. Nell’altro caso, la possibilità di prendere delle decisioni e fare ciò che fino a quel momento è stato rimandato, messo da parte, lasciato inconcluso o non chiarito.

Personalmente propendo per l’assicurare al malato piena consapevolezza delle proprie condizioni, proprio perché conoscerle permette di avvicinarsi alla morte avendo lo spazio e il tempo per chiarire le situazioni irrisolte, dare gli ultimi saluti e lasciare la vita con serenità.

Credo però anche che queste siano sfide molto impegnative e che le persone, sia i familiari che i malati, possano trarre beneficio da un supporto esterno (psicologico, medico, religioso per chi è credente) non tanto per affidarvisi ciecamente, quanto per essere aiutate nel costruire una visione critica della situazione e riuscire a dare la propria risposta e fare una scelta commisurata al dato reale, riducendo l’impatto del senso di colpa.

Emozione: tristezza, paura, rabbia

Guardando il film si provano tutte le emozioni tipiche di una situazione di lutto:

  • tristezza per la perdita di una persona cara, già avvenuta o prossima;
  • paura per la malattia e per un futuro in cui la persona cara non sarà più presente (con la sua capacità di rassicurare, di dare affetto, di essere un punto di riferimento);
  • rabbia perché la morte di qualcuno che per noi è importante, nella cultura occidentale, si accompagna a un senso di impotenza e di ingiustizia.

Il film si conclude con una piccola sorpresa e, nonostante il tema, lascia un senso di serenità e di pace.

Non lo definirei deprimente. È piuttosto un film commovente e che suscita una riflessione.  

“The Farewell. Una bugia buona” è un film USA del 2019 diretto da Lulu Wang. Se vuoi saperne di più, visita la pagina di Wikipedia.

Se ti interessa un approfondimento sul tema del lutto, visita questa pagina.